lunedì 25 aprile 2016

La Resistenza lungo il Marmore (Valle d’Aosta)


uno scorcio del torrente Marmore in Valle D'Aosta
Per questo 25 Aprile voglio raccontare la storia dei Partigiani di “Marmore”, non quella di Bruno Zenoni, Pacchio, Faggetti e altri, ma di una piccola formazione partigiana, la 101esima Brigata Garibaldina “Marmore”, che ha operato in Valle d’Aosta. Marmore è la denominazione del torrente che discende dal Breuil-Cervinia e che si butta nella Dora Baltea all'altezza di Châtillon, nella valle del Cervino (Valtournenche). Si pronuncia Marmòre, con l’accento sulla “o” e la “e” finale alla francese.

la Brigata Marmore - di spalle il comandante Tito
La 101esima Brigata Marmore, comandata da Celestino Perron detto « Tito », un reduce della campagna di Russia, prende il nome appunto dall’omonimo torrente (lungo appena 30 km) e  venne fondata tra maggio e giugno del 1944, come Banda Partigiana autonoma. Facevano parte della Brigata elementi provenienti dai paesi della valle, fondovalle e circondario. La Marmore nasce da una scissione della Banda della Suelvaz, grazie alla determinazione di Tito e altri sei compagni che lo seguiranno presso La Magdeleine, all’alpeggio Les Crous, dando vita al primo nucleo della banda. Da sei componenti la banda in poco tempo aumentò di numero, arrivando a quasi duecento uomini armati, sconfiggendo prima di tutto la diffidenza dalla popolazione locale, dovuta al difficile momento storico che si stava attraversando. Nel giugno del 1944 anche i Carabinieri del presidio di Valtournenche si uniranno al gruppo comandato da Perron. Ben presto Tito e compagni conquisteranno i presidi di Cervinia e Fiéry controllati dagli austriaci. La banda fu una formazione autonoma, non collegata a nessun partito del CLN e contraria ad una eventuale annessione della Valle d’Aosta alla Francia. Sull’esempio di alcune repubbliche partigiane, Tito istituì un servizio sanitario e di polizia a servizio della popolazione della valle, insieme ad una rete radiofonica e telefonica. La Marmore  conquistava così sempre più la fiducia dei valdostani, addirittura la popolazione di Ajas chiese di poter far rientrare il suo territorio sotto il controllo della banda, definita poi una delle migliori della regione. L’efficienza della banda sarà però  scardinata da un rastrellamento tedesco nell’ottobre del ’44 che causerà la morte di tredici componenti del gruppo e lo sparpagliarsi di quasi tutti i suoi membri, ponendo fine ai sogni di libertà e democrazia che guidavano l’azione dei combattenti della formazione valdostana. Agli inizi del ’45 però Tito e compagni si riorganizzeranno, fondando la 101esima Brigata Garibaldina “Marmore”, grazie alle armi avute dagli alleati in Francia e all’appoggio del CLN di Torino. Il 27 aprile del 1945 la Marmore prepara quindi l’offensiva finale (arrendersi o perire!) : Tito dispone il grosso della 101esima sui due versanti del torrente Marmore, a monte di Châtillon, ove vi è un forte presidio tedesco-ucraino. Durante la notte vi sono delle trattative, infruttuose, con due ufficiali. La mattina seguente, nel timore che vengano fatti saltare i ponti, inizia un intenso fuoco con mitragliatrici e mortai contro il castello, sede del comando del presidio. Per qualche tempo vi è uno scambio di colpi, poi i nazifascisti fanno sapere ai partigiani che se il fuoco non cessa, verranno effettuate rappresaglie sulla popolazione e sul paese. Il comando della 101esima replica che interromperà le operazioni solo se il presidio abbandonerà il paese. Così avviene e la brigata potrà poi occupare Châtillon, dove partirà poi una colonna diretta ad Aosta per liberare la città.

La nostra Marmore, in Umbria, era già libera da quasi un anno e da poche settimane trecento volontari ternani avevano partecipato al passaggio della Linea Gotica contribuendo alla Liberazione di Alfonsine, vicino Ravenna. Otto di loro caddero durante i combattimenti lungo il Senio e Conti Menotti, marmorese classe 1925, perse una gamba nei pressi di Chiavica Pedone, su una mina piazzata dai tedeschi. Finalmente, dopo il 25 Aprile 1945, finirà un ventennio di lutti e dolori e sboccerà finalmente la primavera più bella per tutti, da Nord e Sud, per i marmoresi ternani e per quelli valdostani.

Fonti:
-          Roberto Nicco “La Resistenza in Valle D’Aosta” Ed. Musumeci

-          Corpo Volontari della Libertà – zona Valle d’Aosta – Formazione autonoma “Tito”, relazione firmata dal Comandante Celestino Perron (Tito) e dal commissario Ettore Volpe, Valtournanche 20 giugno 1945 ( Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea “Giorgio Agosti”)

giovedì 23 luglio 2009

Conti Menotti




Testi presi dal Volume "Conti Menotti", pubblicato da ANPI Terni nel 1979


UN RESISTENTE COERENTE
di Bruno Zenoni

All'età di 18 anni, Menotti Conti, operaio all'elettrochimico di Papigno (TR), uni­tamente al fratello Ricciardo e ad altri otto giovani di Marmore e un gruppo di Papigno, raccolte le armi che l'eser­cito Italiano, abbandonato dai suoi comandanti, dal Governo e dal Re, l' 8 settembre 1943 aveva gettato, salì in montagna per combattere I nazifascisti che dopo aver martoriato l'Europa e la nostra Patria, andavano occupandola militarmente.
Menotti partecipa ai più importenti at­tacchi armati contro i nazifascisti sfer­rati dalle formazioni partigiane della Bgt. Garibaldina Antonio Gramscl; è presente alla memorabile battaglia di Poggio Bustone, alla liberazione di Leo­nessa il 16 marzo 1944, alla liberazione di Terni il 13 giugno 1944.
Come tutti i partigiani riprende il lavoro in fabbrica ed è attivo nel sindacato e nella vita politico sociale della fabbrica e della borgata. Ma i partigiani della Gramsci non si danno pace poichè la Italia del nord è ancora sotto l'occu­pazione nazifascista e quando ad ot­tobre Scoccimarro, allora Ministro per le terre occupate, in un discorso agli operai delle Acciaierie di Temi, esorta i partigiani e i giovani a partecipare alla ricostituzione dell'esercito italiano per contribuire alla cacciata dei nazi­fascisti, trecento giovani del ternano rispondono all' appello e il 2 febbraio 1945 partono da Piazza Solferino su autocarri militari per raggiungere a Ravenna il "Gruppo di Combattimento Cremona".
Il 4 sono a Porto Corsini, dopo dieci giorni alla Pineta di Ravenna,ove morì Anita Garibaldi, poi nelle trincee sugli argini del fiume Reno a S. Alberto, i tedeschi erano nell'altro argine a soli 50 metri.
Menotti, come gli altri volontari é un soldato coraggioso e disciplinato, sem­pre pronto ad offrirsi in azioni di pat­tuglia e altri compiti pericolosi.
Il comando del 21° Reggimento del "Gruppo di Combattimento Cremona" decide di espugnare l'importante posi­zione tedesca di Chiavica Pedone si­tuata alle foci del fiume Reno nella Valle di Comacchio.
Il giorno 3 marzo l'obbiettivo è rag­giunto dalla 3' Compagnia del Cap. Luigi Giorgi che da solo riesce a fare 19 prigionieri. Il giorno seguente la 9' Compagnia, comandata dal Cap. Paglia e dai Ten. Mazzoni e Martinez da il cambio alla 3' Compagnia, con il com­pito di proseguire l'avanzata.
Sferrato l'attacco, appena fuori dalla postazione, Menotti viene ferito ad una spalla da una pallottola di striscio, ma prosegue con gli altri, il contro attacco nemico spinge i nostri in un campo minato, ove a Menotti una scheggia tronca di netto la gamba sinistra.
Menotti è giovane e vuoi vivere, ed ha la forza di fare stringhe della sua ca­micia e legarsi Il troncone di pochi centimetri della sua gamba, poi urla con tutta la sua forza: Aiuto! salvatemi compagni!.
L'eroico Capitano Giorgi Luigi, che ha tanta stima dei volontari, a carponi, battendo il terreno con il fondo di una sedia per far esplodere le mine davanti a se, riesce a raggiungerlo e trascinarlo fuori dal campo minato.
In quall'azione rimangono feriti anche i ternani Armando Fossatelli, il quale unitamente agli ufficiali conduceva l'a­zione, e per questo gli conferiscono la medaglia di bronzo al valor militare, Guido Ampollini, Cicoria Onofrio, il ro­mano Rinforzi, Marchettini che entrambi perdono un piede e altri 10 soldati, della 9' compagnia facevano parte Il 50% di volontari ternani di cui molti di Piediluco, Marmore, Papigno.
Per Menotti inizia il calvario degli ospe­dali, Rimini, Bari, Bologna ecc.
Il rientro a Marmore del giovane Me­notti, privo della gamba sinistra, com­mosse tutta la popolazione che già nella lotta della Resistenza contro i nazifa­scisti aveva perduto il settantacinquenne Pietro Montesi e il giovane operaio Domenico Faggetti.
I Marmoresi in una gara di affetto e di ammirazione si strinsero attorno al gio­vane mutilato, considerandolo un eroe essi furono colpiti dalla notizia che Menotti con una volontà di ferro aveva voluto e saputo salvare la sua giovane vita.
L'affeto della popolazione che per mesi non lo lasciò mai solo, la stima dei coetanei contribuivano a ridargli la fiducia nella vita e farlo sentire ancora utile alla lotta sociale per l'emancipa­zione dei lavaratori per la quale Menotti giovanissimo aveva combattuto e dato una parte della sua vita, conscio della necessità dell'emancipazione del pro­letariato.
Menotti rientrò in fabbrica contribuendo alle lotte sindacali e politiche; nel perio­do delle repressioni scelbiane, fù tra i primi ad essere licenziato, fù eletto al Comitato della Sezione comunista di Marmore della quale dopo breve tempo divenne il segretario, eletto poi a pieni voti consigliere comunale
Per la completa dedizione alla popola­zione di Marmore, sempre pronto a difenderne gli interessi collettivi e sin­goli, in breve tempo Menotti divenne un vero segretario del popolo, i coe­tanei e i più giovani lo coadiuavano nell'attività politica e sociale, lo stima­vano, lo ammiravano, lo seguivano ovunque.
In quel periodo a Marmore ci fu un'a­vanzala politica e culturale che permise di consolidare sempre più le posizioni dei due partiti operai Quando nell' agosto del 1959 la vita di Menotti fu stroncata da una breve e fulminea malattia, la popolazione una­nimamente lo pianse come il suo figlio migliore.

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LA NOTTE DEL 3 MARZO 1945 A CHIAVICA PEDONE
(Ricordi di un Tenente del "Gruppo di combattimento Cremona")
Il giorno precedente il Cap. Luigi Giorgi, comandante della 3' Compagnia del 21' Reggimento Fanteria "Cremona " incaricato di compiere una azione di­mostrativa lungo l'argine del fiume Reno, avava compiuto una impresa memorabile. Dopo aver fatto fermare il suo reparto per evitargli perdite, da solo si era lanciato contro il caposaldo di Chiavica Pedone e aveva costretto alla resa 19 tedeschi facendoli prigio­nieri.
I risultati insperati e imprevisti dell'a­zione avevano indotto i Comandi ita­liani a tentare di sfruttare la situazione
La 9' Compagnia veniva incaricata di dare il cambio alla 3' che aveva esau­rito il suo compito. Toccava dunque finalmente a noi; la lunga trafila di quasi due mesi, passati in una este­nuante lotta di posizione e di pattu­gliamento, stava per finire.
Particolarmente euforicl erano i "Volontari ", in gran maggioranza ternani, che avevano rinforzato e impresso en­tusiasmo e vivacità alle ridotte forze del "gruppo di combattimento Cre­mona ". Era giunta l'ora tanto attesa dell' attacco.
Le cose purtroppo non andarono bene. I tedeschi avevano fatto affluire nella zona reparti freschi ed agguerriti in modo da tamponare la falla che si era aperta nel loro schieramento.
Iniziata l'avanzata da Chiavica Pedone verso casa dell' Olmo, che costituiva Il nostro obbiettivo, si scatenava con­tro di noi il fuoco delle artiglierie e delle mitragliatrici nemiche; era Im­possibile proseguire se non a prezzo di più gravi perdite. Malgrado che - via radio - giungessero dal Comando ope­rativo incita menti ad avanzare, davo l'ordine di tornare alla base di par­tenza e di soccorrere i feriti.
Si era fatto buio, ma la reazione te­desca non si esauriva. Occorreva te­nere la posizione resistendo ai con­trattacchi nemici. Particolarmente insi­stente l'artiglieria che metodicamente, a brevi intervalli scagliava granate contro le nostre postazioni di fortuna: un vero e proprio tiro al bersaglio.
Finalmente la notte passava e alle prime luci dell'alba allorchè i tedeschi - come loro solito - avevano cessato il fuoco, potemmo uscire allo scoperto e cosl venimmo a conoscere che, a poche decine di metri di distanza, si era verificato un episodio generoso e commovente, protagonisti un fante vo­lontario di Terni e il solito Cap. Giorgi.
Questi, pur non essendo direttamente impegnato nell'azione, era rimasto nelle immediate vicinanze del nostro avam­posto. Gli era quindi giunta notizia che grida di soccorso provenivano da un campo minato dove qualcuno doveva essere finito nel tentativo di allonta­narsi dalla zona più battuta dall'arti­glieria nemica.
Nella notte fonda, strisciando sul ter­reno e facendosi scudo davanti con il fondo di una sedia era riuscito a rag­giungere il povero soldato, che aveva perduto una gamba ma che stoica­mente resisteva al dolore. e lo eveva tratto in salvo evitando che morisse dissanguato.
Voglio ricordare che per questa azione e per la precedente il Cap. Giorgi si meritava la medaglia d'oro sul campo, che gli veniva consegnata personal­mente a Ravenna dal Maresciallo Alexander.
Voglio anche ricordare che il soldato ferito era Menotti Conti della 9' Com­pagnia, il partigiano che oggi Terni e Marmore si accingono a onorare de­gnamente.
A pochi metri di distanza dal luogo in cui era rimasto ferito Menotti, più tardi veniva trovato, straziato dalle mine, il corpo di un altro soldato, il sardo Luigi Marsi/le, tornato al reparto da pochi giorni, dopo una lunga convale scenza trascorsa nella sua isola.
Nessuno si era accorto di lui nel buio della notte e il suo destino si era com­piuto senza che nè il compagno ferito nè il suo generoso soccorritore si ac­corgessero della sua presenza.
... Una notte, un episodio tra i tanti con tre uomini protagonisti; un parti­giano di Terni, un fante sardo, un uf­ficiale di Carrara; tre italiani che si erano un giorno trovati assieme e as­sieme si erano battuti per respingere la sopraffazione e per affermare un ideale di libertà; l'emblema di una Italia che voleva risorgere!
Come mi sembra lontano quel giorno!
Ten. UGO MAlZONI

giovedì 9 luglio 2009

Bruno Zenoni


I testi che seguono sono pubblicati sul libro "La memoria come arma - scritti sul periodo clandestino e sulla Resistenza" di Bruno Zenoni, a cura di Renato Covino

Promemoria per la stesura dei propri ricordi*


In questi ricordi inserire considerazioni sull' apporto dato dai c[ompagni] di Marmore unitamente ai paesi della Valnerina, Piediluco compreso, alla prima e seconda Resistenza­; quali e quanti quadri anche alla riorganizzazione o organizzazione della società democratica, i risultati stabili elettorali, e riflessioni che ciò si deve al fatto che in questi luoghi la classe operaia ha cento anni, per cui 5 generazioni; come qui c'è operaia che per istinto, forse o come?, ha amalgamato una coscienza di classe.
Quadri della B [ri]g[a]t[a]. - Filipponi A[lfredo], Dante Bartolini, Di Giuli Saturno, Fossatelli [Armando]. Lo stesso Renzi [Elbano] si è formato a Papigno, Zenoni Bruno.Vero ­Zagaglioni, Pascucci Dazio, Fossatelli Olindo, Calcagnetti Paolo,
Ballorini Antonio, Filipponi di Collestatte, Pompe...,Tancredi Bartolini, Dustradolce Bruno, Fieramosca Ettore, ecc...
Non ricordo le date, ma c'erano stati gli arresti in due periodi differenti dei fratelli Remia Giuseppe e Domenico e dei fratelli Ascani Natale e Giulio tutti per tentato sabotaggio al ponte canale che alimentava la centrale [di] Marmore e l'ex Carburo di Papigno.
* Il testo è manoscritto e senza data. Il titolo è redazionale.



Cenni sulla storia del PCI sezione [di] Marmore


1920. Nelle elezioni amministrative 3 abitanti di Marmore furono eletti nelle liste socialiste al Consiglio comunale di Papigno­. Ciani Pietro, Cresta Arnaldo, Sabatini Geremia che entrò a far parte della giunta quale assessore supplente; tutti e tre con la scissione di Livorno del 21 gennaio 1921 passarono al Partito comunista d'Italia. Si fondò subito la sezione comunista di Marmore con sede nella casa di Zenoni David attualmente di Zenoni Bruno.

Il 20 aprile 1921 la squadraccia fascista la "Disperatissima" di Perugia con elementi fascisti di Terni incendiarono le sezioni del Partito comunista d'Italia e le cooperative di Papigno, Mar­more e Piediluco: a Marmore fu distrutta anche la bottega di falegname di Valeri Pierino, sita nella casa di Ulderico Cresta, ove attualmente c'è il laboratorio di carni di Nando Sabatini.
Nello stesso giorno dai fascisti fu ferito il diciannovenne Giu­seppe Fossatelli.

Alla fine del 1921 fu posto dell'esplosivo sulla ferrovia per Rieti nei pressi della tenuta Pasquetti poichè doveva passare un treno carico di fascisti diretti a Roma. Non si è mai saputo se a collocare l'esplosivo, che non esplose, furono i sovversivi, come erano chiamati allora gli antifascisti o, come allora si diceva, gli stessi fascisti per fare arrestare i sovversivi, fatto si è che furono arrestati 11 compagni: Ciani Pietro, Cresta Giovanni, Sabatini Antonio, Sabatini Riccardo, Cervelli Carlo, Ghermardi Benedetto, Proietti Felice, Proietti Guido e il diciannovenne Fossatelli Olindo, due mi sfuggono. Nella stessa notte a Pennarossa di Collestatte gli antifascisti di Terni, decisi ad attaccare i fascisti ternani, per interrompere l'energia elettrica gettarono una catena sulla linea che portava l'energia elettrica a Terni e vi rimase fulminato Raf­fael[l]i [Filippo]. Vicino dove avvenne il fatto c'era un casello di guardia delle condotte forzate dell' Acciaieria e quella notte era di servizio Attilio Zenoni che fu arrestato come sospetto complice dell'attentato. Dal 1922 al 1932 i compagni di Mar­more furono più volte arrestati.

2. 8. 1931. Si riorganizza ufficialmente una cellula nella quale entrarono a farne parte Cervelli Carlo, Fossatelli Olindo, Zenoni Bruno, Rischia Latterio, Sapora Bramante, presenti alla riunione erano Ciani Pietro membro del Comitato della Federazione di Terni e Ascani Natale che in quei giorni si era trasferito ad abita­re a Terni, perciò ivi organizzato; la cellula opera introducendo parole d'ordine antifasciste tra i lavoratori e il popolo.

Luglio 1931. Marmore non aveva l'acqua potabile, c'era solo una fontana di acqua fluviale vicino al passaggio a livello delle Ferrovie e portavano da Terni l'acqua potabile con sei botti di legno installate sopra un camion. Il malcontento era tanto, la cellula del partito comunista iniziò un'opera di convinzione tra la popolazione per recarsi a Terni in massa a protestare presso le autorità per avere l'acqua potabile.
Tramite il partito le preparazioni della protesta si estesero a Papigno, Collestatte e Campomicciolo che pure non avevano acqua potabile e un giorno partirono da Marmore una ottantina di donne a piedi, a Papigno si unirono donne del luogo, a Piaz­za Solferino a Terni si unì un gruppo di Collestatte e tutte insie­me gridarono: "Vogliamo l'acqua", presenti in Piazza Solferino era[no] Zenoni Bruno e Remia Giuseppe, si formò una delega­zione che fu ricevuta dal podestà, il quale promise di realizzare l'acquedotto per Marmore, Papigno, Collestatte.
Nei giorni seguenti la popolazione rifiutava di attingere acqua dalle botti collocate sul camion, ci furono incidenti e due donne: Ascani Nina e Arca ... furono arrestate e rinchiuse nel carcere di Via Carrara di Terni per 2 giorni.
Dopo alcuni giorni sulla facciata dello stabile di Conti Elio, dove è lo spaccio di sali e tabacchi, apparve una grande scritta che richiedeva l'acqua potabile, l'organizzazione antifascista non ne sapeva nulla perciò erano stati gli stessi fascisti, i quali di fronte all'unanimità della protesta popolare volevano contri­buire a forzare la mano delle autorità.
Dopo 4 anni arrivò l'acqua potabile.

1932, ultimi giorni di marzo, l'organizzazione del Partito comunista d'Italia di Terni ricevette un emissario del centro del Partito di Parigi, Clemente Maglietta, il quale restò clandestina­mente a Terni una settimana, prendendo contatto con l'organiz­zazione, stampando volantini contro la preparazione della guerra fascista e contro le insospettabili condizioni di vita degli operai, poi il 3 aprile di notte ci fu la diffusione dei detti volantini, a Terni, nelle fabbriche a Papigno, Marmore, Piedilu­co, in tutti i paesi della Valnerina, il compagno Libero Morelli fu sorpreso a Città Giardino mentre gettava per la strada i volantini; arrestato e sottoposto a tortura fece i nomi dei colla­boratori e iniziò una catena di arresti. Per Marmore Zenoni Bruno fu arrestato e confinato a Ventotene, ove si fece raggiun­gere dalla moglie e due bambini.

1934. il 28 ottobre [alle] ore 18 una quindicina di fascisti loca­li urlano, davanti casa di Zenoni Bruno, "Metti fuori la bandiera tricolare o bruciamo casa". Bruno sulla porta di casa tiene testa alla gazzarra fascista, dopo un'ora arriva da Piediluco il mare­sciallo dei carabinieri, entra a casa di Zenoni, si informa dell'accaduto. Il giorno dopo davanti la porta del negozio di barbiere di Zenoni, si ferma con la motocicletta il brigadiere della polizia D'Amiato, chiama Zenoni, [gli] chiede che cosa era successo, dopo due giorni Zenoni si deve presentare in questu­ra con il padre, lì il capo gabinetto prima e il questore poi fanno pressione su Attilio Zenoni perché faccia desistere il figlio dalle rigide posizioni antifasciste che continuamente professa, Bruno viene ammonito di fare sottomissione al locale segretario del fascio e al segretario federale pena il rinvio al confino.
Zenoni Bruno era continuamente sottoposto a persecuzione dai fascisti, si decise di trasferirsi a Roma ove acquist[ ò ] un negozio di barbiere, ivi allacciò subito rapporti con i compagni: Ciani Pietro, Calcagnetti Paolo di Arrone, Angelo Crisostomi di Piediluco, ex confinati trasferiti a Roma, Il 29 aprile fu arrestato e rinchiuso a Regina Coeli in seguito agli arresti preventivi che il regime voleva eseguire per evitare manifestazioni per la festa dei lavoratori. Nel 1935 Zenoni rientra a Marmore, riallaccia i contatti con i compagni di Marmore e di Terni e svolge attività di propaganda antifascista.

1938. Hitler arriva in visita in Italia, Zenoni, unita mente ad un'altra quarantina di comunisti di Terni e dell'[hjinterland.Viene arrestato e rinchiuso nel carcere la Rocca di Spoleto, ove rimase per 29 giorni.

8. 11. 1938. Da anni gli operai dell'Elettrochimico di Papigno lavora[va]no la metà del mese (non c'era la cassa integrazione) e il giorno della quindicina non prendevano una lira, in quanto le poche lire (180-200) che avevano guadagnato le tratteneva la direzione per la spesa che l'operaio aveva fatto presso gli spacci alimentari della Società Terni. A Marmore una ventina di ope­rai del Carburo di Papigno erano stati costretti a rinunciare all'illuminazione elettrica (che allora si trattava di una lampada da 25 watt in cucina e una nella camera da letto) e [ad] illu­minare la casa con l'acetilene, poichè il carburo lo potevano prendere presso lo stabilimento.
L'organizzazione del partito comunista di Marmore, Papigno, Piediluco, Collestatte, Arrone, Ferentillo, Torre Orsina, Monte­franco e Terni, per mesi propagand[ò] la necessità di fare una manifestazione di protesta per porre fine ai turni avvicendati e alla fame in cui erano ridotti gli operai dell'Elettrochimico di Papigno, infatti il giorno 16 novembre qualche centinaio di ope­rai, che tutti i giorni stazionavano davanti alla porta della fab­brica in attesa di essere chiamati a fare qualche ora di lavoro, pochi minuti prima di mezzogiorno, entrarono nella mensa im­piegati, i quali pur con lo stabilimento fermo lavoravano sem­pre, già apparecchiata con le vivande fumanti e si mangiarono i pasti degli impiegati. Poi si misero in marcia per Terni. All'al­tezza di Macchia Piana arriva la polizia che non molesta il cor­teo, però alla barriera Valnerina li fece dividere, indirizzandoli parte in prefettura e parte alla sede dei sindacati fascisti, ove le delegazioni che furono ammesse a parlamentare avanzarono la richiesta di porre fine ai turni avvicendati, l'esigenza di far lavorare tutti per l'intero mese. Ci furono mezze promesse.
Gli operai presero fiducia delle proprie forze e il giorno dopo la manifestazione di protesta continuò davanti ai cancelli della fabbrica e nella piazzetta di Papigno; i manifestanti erano molto più numerosi, poichè si era sparsa la voce del successo ottenuto con la manifestazione del giorno precedente, però la polizia era intervenuta in forze e fece molti arresti, di Marmore furono arrestati: Sabatini Alessandro, .... Fossatelli Giuseppe fu sotto­posto ai vincoli dell'ammonizione.
Dopo qualche mese dagli avvenimenti descritti la Società Terni mise fine ai turni avvicendati e gli operai dopo circa 8 anni tornarono a lavorare per l'intero mese, la protesta e il sacrificio degli operai arrestati avevano vinto.

1939. 7 maggio, Zenoni Bruno fu arrestato unitamente ad al­tri compagni di Piediluco e Papigno e al dott. Claudio Bracci di Terni, per oltre un anno questa organizzazione comunista aveva svolto attività di propaganda antifascista, contro la preparazione della guerra, sia orale che scritta, si faceva circola­re anche un giornaletto dattiloscritto chiamato "La scintilla". 8 del gruppo furono deferiti al Tribunale Speciale fascista; il pro­cesso si svolse il 31. 1. 1940 e furono condannati: Claudio Bracci ad anni 17; Zagaglioni Vero di Piediluco ad anni 4, Crisostomi Ido di Piediluco ad anni 4, Proietti Emilio di Piediluco ad anni 4, Crisostomi Settimio di Piediluco ad anni 3, Androsciani Ezzelino di Papigno ad anni 4, Diociaiuti Brenno di Papigno ad anni 3, Zenoni Bruno [fu] assolto per insufficienza di prove.

1941. Mussolini fa una visita lampo alle Acciaierie, Zenoni Bruno viene arrestato e tradotto alle carceri di via Carrara di Terni e la sera è liberato.

25 luglio 1943. Mussolini [viene] fatto arrestare dal Re, il 26 a Terni, come in tutta Italia ci sono grandi manifestazioni antifa­sciste, Zenoni Bruno è presente e alle ore 2, all'uscita degli ope­rai dall' Acciaieria, da sopra l'autobus che trasporta gli operai da Marmore a Piediluco, parla ai lavoratori sull'importanza della caduta del fascismo e sulla necessità di partecipare la sera alle 17 alla manifestazioni antifasciste in piazza Vittorio Ema­nuele (oggi piazza della Repubblica).
La sera alle 17 si svolge la manifestazione, c'era l'esercito schierato a sbarramento di via Cavour in difesa della sede della Federazione fascista, sita a Palazzo Mazzancolli, sparò alcuni colpi in aria, non ci fu sbandamento e per circa un'ora [la] schermaglia tra i manifestanti e l'autorità continuò.

8 settembre 1943. Verso le 17, Aristeo Zenoni che tornava in bicicletta dal lavoro alle Acciaierie, portò la notizia che attorno alla corona della Conca ternana si vedevano tutti falò: Zenoni Bruno intuì che era stata messa fine, in qualche modo, alla partecipazione dell'Italia alla guerra contro gli anglo-americani e prese l'iniziativa di accendere un falò nello spiazzo davanti al suo negozio di barbiere. Subito accorsero i carabinieri, coadiu­vati da un tenente dell'esercito, che avevano la caserma distan­te 30 metri (nella casa di Cresta Orlando oggi adibita ... ) i quali tentarono di spegnere il falò mentre altra gente presente lo difende, in modo particolare è Tesildo Terenzi a difenderlo, che alla domanda del brigadiere: "Chi ha acceso il fuoco?", rispon­de: "lo". Zenoni Bruno si fa avanti dichiarando di essere stato lui ad accendere il fuoco, al che il brigadiere gli intima di seguirlo in caserma, al rifiuto il brigadiere ed un carabiniere lo afferrano e lo trascinano verso la caserma, seguiti da una venti­na di persone, mentre i tre si avvicinano alla soglia della porta, la gente diede addosso ai carabinieri i quali impauriti lasciaro­no Zenoni e fuggirono senza più tornare in caserma che rimase chiusa.
Quel brigadiere tornò a Marmore di servizio ai seggi elet­torali nel giugno del 1946.

12 sono i Marmoresi che parteciparono alla lotta armata in­quadrati nella Brigata garibaldina A. Gramsci operante nel triangolo montuoso umbro-laziale-marchigiano, partecipando alle più importanti azioni armate contro i nazifascisti, da Mar­more stessa a Poggio Bustone [a] Leonessa.
Due furono i caduti: Montesi Pietro e Faggetti Migozzi Dome­nico, 3 i decorati al v[alor] m[ilitare]: Fossatelli Armando, Conti Ricciardo e Zenoni Bruno; il primo ebbe il grado di coman­dante di battaglione, il secondo [di] commissario politico di distaccamento, il terzo [di] intendente della brigata, prima, e [di] commissario politico di battaglione, poi; anche Conti Menot­ti ebbe il compito di caposquadra.
Otto furono i Marmoresi arruolatisi volontari nel Gruppo di combattimento "Cremona" che il 2 febbraio 1945 partì da Terni per il fronte di Alfonsine, di essi rimase[ro] ferit[i] Fossatelli Armando e Menotti Conti, che perse una gamba nell'attacco a Chiavica Pedone nella Valle di Comacchio.
Molti giovani di Marmore nei primi anni dopo la Liberazione, sull' esempio dei partigiani, contribuirono a tener testa al fa­scismo e alla reazione che cercavano di rialzare la testa e per questo subirono licenziamenti dalle fabbriche, denunce [e] arre­sti o furono costretti alla latitanza.
Tutte le lotte descritte permisero che a Marmore si svilup­passe una organizzazione comunista forte [e] coesa.

[Appunto sui] marmoresi arrestati per motivi politici dal 1921 al 1944.
1922. Sabatini Riccardo, Sabatini Antonio, Cervelli Carlo, Ciani Pietro, Cresta Giovanni, Cresta Giuseppe, Ghermandi Benedetto, Fossatelli Olindo, Proietti Felice, Proietti Guido, Cre­sta Arnaldo [presunto attentato alla linea ferroviaria Terni­Rieti]; Ascani Natale, Ascani Giulio, Remia Giuseppe, Remia Domenico, Zenoni Giuseppe, Zenoni Attilio, Proietti Riziero (attentato al Ponte canale).
1931. Ascani Nina, Sapora .... (domandare a Battista o Saba­tino) [manifestazione delle donne per l'acqua].
Novembre 1938. Fossatelli Giuseppe, Sabatini Alessandro, Mancini Corinto, Rossi Valentino (chiedere ai viventi quanti al­tri furono arrestati per la manifestazione del Carburo).
Conti Ricciardo, arrestato il 26 marzo 1942, anni 2 di am­monizione
1932 Santilli Giulio, perché raccolse un manifestino diffuso nella notte del 3.4.1932 [ ... ] per la strada dai comunisti e lo sbandierò nello stabilimento affermando che avevano ragione.
Notevole è stato il contributo di sacrificio imposto ai mar­moresi durante il ventennio fascista.

Partigiani di Marmore: Fossatelli Armando, decorato m[eda­glia] di b[ronzo]; Conti Menotti; Zenoni Bruno, decorato m[edaglia] di b[ronzo]; Conti Ricciardo, decorato m[edaglia] di b[ronzo]; Faggetti Domenico, caduto; Faggini Giuseppe; Mon­tesi Pietro, caduto; Sabatini Egisto; Mancini Natalino; Cervelli Carlo; Marchesi Raffaele; Zenoni Aristeo.
Volontari del "Cremona" di [Marmore]: Fossatelli Armando, ferito e decorato; Conti Menotti, mutilato; Zenoni Bruno; Conti Ricciardo; Graziani Virgilio; Caronti Mario; Marchesi Raffaele; Marchesi Domenico.

Comunista a Marmore

Il 2 agosto 1931 si costituì a Marmore una cellula comunista, di essa facevamo parte: io (Bruno Zenoni), Olindo Fossatelli e Cervelli Carlo. Presenti alla riunione erano anche i compagni Ascani Natale, che non entrò a far parte della cellula perché in quei giorni si trasferiva ad abitare a Terni, e Pietro Ciani, mem­bro del comitato provinciale della Federazione provinciale. La riunione avvenne nella tenuta di Carlo Pasquetti, sull'argine del Velino, poco più in su dell'abbeveratoio. Filipponi Alfredo e Lello Pietro, del C[omitato] D[irettivo] Federale presiederono la riunione, [a]lla quale partecipavano altri sei compagni di Piedi­luco, con i quali si costituirono due cellule.
Saturno Di Giuli, Bartolini Ernesto, Crisostomi Angelo, Amilcare Di Patrizi, Leopoldo Di Patrizi ed Enzo erano i com­pagni di Piediluco.
Da circa due anni, tramite Olindo Fossatelli, Ciani mi teneva sotto controllo, cioè ero candidato del Partito. Nè ero nuovo tra i giovani antifascisti di Marmore, anche già nel 1924 durante l'inizio dei lavori per la costruzione della Centrale di Galleto, con Bramante, Amedeo, Guglielmo, Tesildo ed altri, avevamo preso contatto con i carpentieri Depretis e Sante: antifascisti che avevano dovuto abbandonare i loro paesi per sfuggire alle persecuzioni, e con loro erano continue conversazioni.
I fascisti di Marmore ci avevano individuato e il giorno di Pasqua del 1925, mentre il gruppo citato cantava canzoni popolari, al passaggio a livello fu aggredito dai fascisti che, per la resistenza incontrata, dovettero desistere dal tentativo di di­sperderci. Il lunedì lo stesso gruppo, con l'aggiunta di Cresta Giovanni, andò in gita a Piediluco; la sera in segno di sfida si portò alla stazione ferroviaria, ove De Sisto dal suo ufficio di capostazione dirigeva le squadracce fasciste. I fascisti subirono, ma il martedì mattina come sempre vigliaccamente aggrediro­no Guglielmo, che si era recato alla stazione per prendere le valige del suo capo operaio Piccirillu, che tornava da Antrodo­co. Era la seconda volta che Guglielmo veniva percosso dai fascisti, la prima volta le prese nella cantina di Pietro Cresta, mentre unitamente a Giuseppe Fossatelli, Amedeo Cresta ed altri cantavano "Bandiera Rossa", a darle erano sempre i Castagnetti: Amedeo e Gettulio.
Questi episodi, ai quali prima, ragazzo, assistevo indignato; poi, giovanetto, partecipavo attivamente, forgiavano in me una coscienza di giustizia e mi portavano a ricercare le cause di tanta prepotenza. Ricordavo bene l'incendio della sezione comunista di Marmore, della locale cooperativa di consumo e del negozio di falegname e barbiere di Pierino Valeri avvenuto ad opera della "Disperatissima" di Perugia il 20. 04. 1921. Quel giorno unitamente a Bramante avevamo visto ardere la coope­rativa di Papigno e il circolo socialista "La Concordia", poichè scolari della quinta elementare a Papigno, scappammo dalla scuola quando tra la scolaresca si generò il panico per aver appreso che i fascisti avevano incendiato Papigno.
Di quella giornata non scorderò mai il quadro di mio cugino Guseppe Fossatelli offerto alla mia vista sanguinante in mezzo ad un gruppo di fascisti e la madre e la sorella appresso urlanti di terrore. I fascisti lo portarono a medicare nella Pubblica assi­stenza, che era nella casa ove adesso abita Orlando Conti, in quel momento entrò "Sardarellu" e Peppe gridò "Eccolo quel vigliacco, è stato lui che mi ha indicato a costoro". Ricordo come fosse oggi che aveva una ferita alla tempia e una alla co­scia che gli aveva fatto diventare rossi i bianchi pantaloni che indossava.
Avevo allora 13 anni, parteggiavo già per i socialisti in quel clima infuocato dalle lotte, con tanta serietà organizzai un gruppo di coetanei, denominandolo "I lupi rossi".Il gruppo s'inquadrava e cantava inni socialisti sotto il muso dei ragazzi di tendenza fascista, del prefetto in particolare che, per essere il nipote di Pitotti, si atteggiava a fascista.
Nel 1922, in novembre, entrai a lavorare alle Acciaierie e qui vissi l'atmosfera di resistenza al fascismo. Cinque ragazzi fummo assunti per i prodotti refrattari: Ozzuglia Ersesia, un al­tro di Collescipoli, Sgalla e Lombardini, solo quest'ultimo fasci­sta, gli altri tre di tendenza socialista.
Durante gli anni 1925-1928, epoca in cui si costruì il canale per la centrale di Galleto, a Marmore c'erano circa duemila ope­rai, molti erano veneti e tra essi non pochi antifascisti fuggiti dai loro paesi per sfuggire alle rappresaglie e per poter lavorare.
Avevo abbandonato le Acciaierie già nel 1923 di giugno, per avere contratto la sil[ic]osi, ed avevo intrapreso a fare il bar­biere, dopo un periodo di sei mesi di apprendista; dal mio negozio mai mi fu difficile conoscere molti di tali antifascisti.
Lanzini Enzo fu quello che più di tutti parlò molto con me sul movimento socialista e i primi elementi li ho appresi da lui, il quale mi guidò anche alla lettura dei primi romanzi sociali: Il tallone di ferro, La madre, La fossa, La madama dei sette dolori.
D'altra parte i primi due furono i libri indicatici per leggere dal compagno Filipponi, quando il 2. 8. 1931 organizzammo la cellula.
Nel 1929 Lanzini ricevette da Torino, inviatigli da Amilcare Bier, i francobolli per il contributo alla lotta contro le op­pressioni della seconda guerra imperialistica. Ricordo che i francobolli erano dedicati alla giornata dello agosto, dichiara­ta, non so se dalla Terza Internazionale, [ ... ] giornata mondiale per la protesta contro la preparazione della guerra imperialisti­ca. Avere in mano tali francobolli dava un fremito di entusia­smo e una sicurezza che il Partito comunista viv[ev]a in Italia, era presente e manteneva viva la fiaccola. Li facemmo recapita­re a Ciani, che li portò ai compagni di Terni e spedimmo a Bier alcune decine di lire.
In quel periodo Lanzini, che si era sposato a Marmore, non aveva lavoro, perciò era sempre nel mio negozio, anche Nanni Pitotti era disoccupato ed era stato destituito da segretario del fascio di Marmore, perciò si abbandonava volentieri a discutere con me sul fascismo e ne riconosceva le deficienze.
La bottega di barbiere era piena di giovani disoccupati e tutto il giorno vi si svolgevano discussioni antifasciste. In quell'epoca a Marmore si organizzò il circolo Dopolavoro; io, Lanzini,Luigi De Angelis, Montesi Pietro e qualche altro, ci demmo da fare perché nel comitato direttivo entrasse qualcuno di noi, infatti ci riuscimmo, non solo, ma il primo gestore fu mio fratello Aristide, quattordicenne, poi Bordoni Terzo, ex comunista che conservava l'ideale, seppure non fosse attivo.
Nel primo periodo nel Dopolavoro si faceva una vita democratica e il gruppo costituito da me, Lanzini, Gigi De Angelis e Montesi teneva vivo lo spirito antifascista.
Spesso la sera, il pomeriggio di domenica ci ritrovavamo a giocare all'osteria di Pitotti: il solito gruppetto di antifascisti. Anzi per tale compagnia avevamo attirato su di noi la diffi­denza dei vecchi compagni di Marmore che, se pure inattivi, pretendevano di essere i soli ad avere il diritto di parlare a nome del PC [d']I.
Il pomeriggio della domenica 30. 11. 1930, mentre all'osteria di Pitotti giocavamo a tressette col battifondo, si discuteva di politica, eravamo un po' allegri per qualche bicchiere di vino bevuto, Nanni giocava ed io che ero il battifondo, lo puncicavo su questioni politiche. Ad un certo punto della discussione gli dissi: "Ricordati questa data, 29. 11. 1930, forse un giorno potrò salvare la tua testa, ma ne hai fatte troppe, non mi sarà facile". Lui s'alzò di scatto, lasciò le carte sul tavolo e con la mano alza­ta con gesto minaccioso, di rimando: "Tu dici sul serio, alla prossima ondata di spedizioni punitive sarai sistemato".
Certo che nello scherzo ambedue dicevamo la verità, poichè lui apparteneva alla famiglia che era stata "La macchina alimentatrice del fascio marmorese e delle sue malefatte", [co­me] diceva Odovardo Ireno Conti, ed io sentivo tanto odio per i fascisti e cercavo affannosamente la via per fare qualcosa di concreto contro di loro e vedevo davanti a me un avvenire di lotte e avevo un'immensa fiducia nella caduta del fascismo. Comunque la profezia e la minaccia si avverarono poichè nel 1934 i fascisti mi aggredirono nella mia abitazione (ormai ero reduce dal confino) e il 22 maggio 1944 Nanni venne a collo­quio con noi del comando della brigata partigiana Antonio Gramsci, nelle montagne di Buonacquisto. Il colloquio fu com­binato, perché ci risultava che lui era disposto a mettersi al nostro servizio, invece così non era, comunque il comando volle essere cavalleresco e non lo eliminò, lasciandolo Iibero di tornare a casa. lo facevo parte del comando e certamente pote­vo determinare la fine della sua esistenza, per questo dico che la mia profezia di tredici anni prima si era avverata.

Dopo la descrizione di alcuni episodi è bene tornare alla cel­lula del partito della quale ero stato nominato responsabile. Da quel giorno mi misi al lavoro con una certa serietà, poichè com­prendevo che ormai la responsabilità era tanta e le discussioni con Nanni potevano diventare pericolose, d'altra parte anche lui superato il risentimento contro il fascismo che lo aveva spo­destato da segretario e visto che io spingevo le discussioni tan­to a fondo che diventavano vere e proprie riunioni di propa­ganda, un giorno aveva dichiarato che non si poteva più discu­tere con me poichè ero un fanatico.
Iniziai ad avere contatti con Pietro Ciani tramite mio cugino Olindo. Era considerato da tutti il comunista che non solo non aveva mai ammainato la bandiera, ma che continuava ad essere un comunista attivo. La popolazione di Marmore lo stimava, i fascisti erano costretti a stimarlo e combatterlo. Ricordo che una volta Nanni Pitotti disse: "E' vero Ciani è un uomo esemplare, un lavoratore che con i suoi sacrifici sta dando un' educazione e un'istruzione ai suoi cinqui figli, noi però dobbiamo combatter­lo perché è un sovversivo pericoloso.
Parlare con Ciani, con quest'uomo rispettoso, temuto e com­battuto, era per me una grande soddisfazione. Ciani a Marmore non avvicinava nessuno al di fuori di qualche vecchio compa­gno, tra i quali i preferiti erano: Olindo Fossatelli, Carlo Cervel­li, Ascani Natale, perciò il fatto di ricevere la sua fiducia alla mia giovane età, mi incoraggiava a leggere, studiare qualcosa, apprendere da tutti e da tutto. A mano a mano che a Ciani aumentava la fiducia nei miei riguardi ci incontravamo più spesso e le nostre conversazioni duravano più a lungo. Iniziam­mo a fare delle lunghe passeggiate, spingendoci fino a Piedilu­co, ove incontravamo Raniero Salvati o Petacchiola e qualche altro compagno.
Mentre da Lanzini apprendevo alcuni elementi della lotta operaia e socialista, da Olindo Fossatelli lo spirito combattivo e l'estremismo, da Ciani apprendevo l'educazione del comunista: puntualità, fermezza, costanza nel lavoro, discrezione, rispetto umano, segretezza. Debbo dire che con Ciani ho iniziato a for­mare il mio carattere di comunista. Ero ansioso di entrare a far parte del partito, ma Ciani mi diceva che bisognava fare un periodo di prova, di candidatura, intanto mi insegnava come fare proseliti, come indirizzare i lavoratori sui vari avvenimenti.
Nel 1931 a Marmore serpeggiava un grave malcontento per la mancanza di acqua potabile che il podestà fascista faceva rifornire tramite botti di legno di sei ettolitri l'una installate su un vecchio autocarro BRL.
Mi venne l'idea di organizzare una manifestazione di prote­sta, Ciani fu d'accordo e mi diede alcuni consigli. Iniziai a con­vincere alcuni vecchi compagni della necessita' di inviare a Terni le nostre donne, la voce - tramite Enzo Cresta e qualche altro - la propagammo tra gli operai del Carburo di Papigno, per far aderire Colle statte, Papigno, Campomicciolo, i quali si trovavano nelle stesse condizioni. Entro sei mesi riuscimmo a preparare la manifestaziane e nel mese di luglio, sotto il caldo canicolare, un centinaio di donne partirono da Marmore a piedi, in testa vi erano mia moglie, mia zia Italia (notabile), Ilde la moglie di Ezio e Michelina. A Papigno altre donne si aggiunsero, così anche a Campomicciolo; io e Remia Giuseppe, in bicicletta, facevamo da avanguardia.
Verso le ore lO raggiungemmo piazza Solferino, allora non v' era il mercato poìchè era stato trasferito a piazza I° Maggio (21. 4). Qui le donne cominciarono a gridare: "Vogliamo l'ac­qua da bere". Una delegazione fu ricevuta dal podestà, un'altra dal federale fascista. Fecero [loro] delle promesse.
lo e Remia fingevamo di essere degli spettatori, la polizia cercava di convincere le donne a ritornarsene a casa e noi le facevamo resistere, ad un certo punto un usciere del Comune venne ad attingere una bottiglia d'acqua ripiena, ciò servì a sol­levare nuovamente le grida delle donne che dicevano: "Vedi? al podestà l'acqua fresca non manca, cosa gliene importa dei nostri paesi?".
Due giorni dopo, quando raccontai a Ciani come era andata, mi disse che quell'usciere era un compagno e l'acqua era venu­ta volutamente. Le donne, tornate a casa, concordarono di con­tinuare l'agitazione, rifiutandosi si attingere acqua dalle botti e predisposero picchetti nelle varie soste di distribuzione.
Dopo qualche giorno, nella prima fermata, vicino a casa di Brambrilla, alcune donne (crumire) attinsero acqua, allora il picchetto, composto di donne abitanti sulla strada di Greccio, fecero volare delle broccate. I carabinieri arrestarono Ascani Nina e Sapora Irene di Alviano di Miranda, moglie di ... , in quel periodo abitante a Marmore.
Dopo alcuni giorni che l'agitazione perdurava, una mattina, sul muro della casa [di] Conti Elio, apparvero delle scritte fatte col muro rosso con le quali si chiedeva l'acquedotto. Poi, in sor­dina, si seppe che le avevano scritte gli stessi fascisti, preoccu­pati del persistere dell'agitazione.
L'agitazione ebbe l'effetto desiderato, poichè il podestà si mise in movimento per realizzare gli acquedotti nelle delegazioni che ne erano prive e nel 1934 Marmore, Papigno, Campomicciolo, Collestatte ebbero l'acquedotto.

Il 28. lO. 1934 unitamente a mia moglie partecipai alle nozze di Luisa Carotti, nipote della mia consorte, e di Conti Alfiero.
La sera, verso le 18,30, tornati a casa nostra, ambedue vicino al focolare, ad un tratto sentimmo i fascisti che nell' osteria di fronte, da Gigetto, cantavano: "All'armi siam fascisti, a morte i comunisti che non si son più visti per paura dei fascisti".
Dico a mia moglie: "Gli voglio far vedere che i comunisti ci sono e che non hanno paura dei fascisti". Mi alzo, percorro i sei metri di corridoio e resto sulla soglia. Come se il segretario del fascio avesse sentito ciò che avevo detto a mia moglie, chiamò mio cugino Nello, che passava lì davanti, e gli parlottò piano. Seppi poi che gli ordinò di venire da me per dir[mi] di mettere fuori la bandiera tricolore. Nello proseguì la strada entrando due porte più in giù per comprare le sigarette, dal gruppo di fascisti si staccarono cinque o sei con Gualtiero in testa e, gri­dando, mi ordinarono di mettere fuori la bandiera. Viste le brutte intenzioni rientrai in casa, infilai nella manica un lungo coltello da cucina e tornai dove ero prima. I fascisti ad un metro da me urlarono: "Metti fuori la bandiera, sovversivo, bolscevi­co, traditore" e io di rimando: "Gualtiero, piuttosto di insultar­mi, pagami i tredici mesi di abbonamento, non dovevo farti i capelli gratis", dicevo questo per prenderlo dal lato più vulne­rabile, la morale, ma ciò non poteva far effetto su costui, che del fascismo profittava per i suoi fini personali. Li invitavo a venire avanti con tono minaccioso, Gettulio" urlava: "Porta il coltello, non vi avvicinate".
Intanto a casa mia moglie, i miei due figli e mio padre si disperavano a sentire i fascisti gridare: "Incendiamogli la casa, ammazziamolo" .
Nell'uscio io tenevo testa ai fascisti, d'un tratto mi s'infilò tra le gambe Elvezia, nipote di mia moglie e figlia di Antonio, il più perfido squadrista di Marmore, che nel 1931 tradì il partito comunista, passando nascostamente al fascio, notare che Anto­nio era tra il gruppo che stavo fronteggiando e il più faci­noroso, come sempre.
Vado dietro [ad] Elvezia che stava salendo le scale, entro dopo di lei nella camera da letto e mia moglie - che piangeva dalla disperazione - prese dalle mani di Elvezia la bandiera per esporla dalla finestra che dava sulla strada ove i fascisti urla­vano. Mi lancio su mia moglie col coltello alzato, minacciando di ucciderla se avesse esposto la bandiera. Elvezia la ristrappa dalle mani di Evelina e corre verso la finestra, mi lancio su Elvezia, ma lei, svelta come un fulmine, aveva messo la bandie­ra fuori sulla finestra. Compresi che tirandola su potevano denunciarmi per oltraggio al vessillo nazionale e desistei.
Mentre si svolgeva la lotta con i fascisti si erano radunate molte persone, parenti, amici e alcuni, in particolare delle mie cugine, urlavano contro i fascisti perché ci avessero lasciato in pace, infatti la bandiera era fuori e, per le proteste del pubblico, si allontanarono.
Il segretario del fascio, Pistola Gualtiero, telefonò al mare­sciallo di Piediluco perché venisse ad arrestarmi.


Il contributo concreto della sezione comunista di Marmore appena liberata


Istituzione della coop[erativa] di consumo.
Squadra recupero materiale bellico e vendita di esso, con i fondi si affronteranno le prime spese per la sezione e si acqui­steranno la nostra bandiera e quella della sez[ione] socialista.
Ristabilimento dell' erogazione dell' energia elettrica, smon­tando una cabina di trasformazione nei pressi di Valle Fava, allacciando l'alimentazione dell' energia nella cabina della diga (tutto d'iniziativa nostra).
Un'auto recuperata servì per i trasporti più urgenti della popolazione, un'autocarro recuperato fu donato al Municipio con l'accordo che avrebbe costruito la conduttura per l'acqua potabile per gli abitanti dell'attuale via Faggetti Domenico.
Costruzione della strada di Rancio.
Costituzione di una scuola serale, per i ragazzi che dopo le elementari non potevano continuare gli studi. Insegnanti Francesco Cresta, Campili Ivano, disegno, e il marito della mae­stra? Sardieri?
Costituzione della società di prestito che nella breve durata ebbe una sua funzione benefica (presidente per essere unitari, il DC Caranti che la fece morire per inedia).

l'8 Settembre a Marmore

Alle 17,30 del giorno 8 settembre 1943, mio fratello Aristeo che tornava in bicicletta dal lavoro alle Acciaierie di Terni mi disse: "Attorno ai monti della conca Ternana ci sono innumere­voli falò, come mai?".
Intuì subito che era stato firmato l'armistizio con le forze alleate; ciò non perché mi ritenessi un indovino bensì perché da molti giorni circolavano voci circa la firma dell' armistizio.
Avevo partecipato alle giornate del 25 luglio e nei 45 giorni del governo Badoglio noi antifascisti avevamo intensificato i contatti e le riunioni per trovarci preparati ad ogni evenienza.
Anch'io accesi un falò al centro dell'abitato di Marmore a pochi metri dal mio negozio di barbiere; si radunarono parecchie per­sone, alcuni antifascisti collaborarono a ravvivare il fuoco. Nel frattempo si cercava di spiegare il significato dell'iniziativa per orientare la gente sulla fine della guerra, dei bombardamenti, delle sofferenze.
Ma le cose, çome si sa, non filarono così lisce!
Mentre si parlava attorno al falò, un tenente di fanteria in servizio a Marmore - dove vi erano un centinaio di soldati di fanteria di presidio alle opere idrauliche delle centrali elettriche e delle Acciaierie e nel contempo addetti ai reparti fumo geni per celare gli impianti ai bombardamenti aerei - cercò di spe­gnere il fuoco disperdendone i tizzoni con i piedi.
Gli astanti cercarono di difendere il falò.
Intervenne il brigadiere dei carabinieri con un milite chie­dendo il nome di colui che aveva acceso il fuoco. Il compagno Terenzi Tesildo, cercando di proteggermi, sapendomi persegui­tato politico, si fece avanti e pronunciò il proprio nome addossandosene la responsabilità.Io però dissi la verità e cioè che avevo acceso io il fuoco!
Il brigadiere mi intimò di seguirlo in caserma e al mio rifiuto e alle mie grida rivendicanti la libertà mi afferrò per un braccio insieme ad un altro milite per arrestarmi e condurmi nella vici­na caserma che distava circa 40 metri.
La folla si strinse attorno a me ed ai carabinieri ed urlava per ottenere la mia liberazione. Giunti sulla soglia della caserma, essendosi la folla fatta più pressante, i carabinieri scapparono abbandonando la preda, che in quel caso ero io, senza fare più ritorno a Marmore.
Per me non era altro che la continuità della lotta per la libertà, per la democrazia e per la pace iniziata 20 anni prima e per la quale avevo subito persecuzioni, carcere e confino. Infatti iniziò così la collaborazione per la lotta armata contro l'invasore nazi­fascista.
Successivamente feci parte della brigata garibaldina A.Gram­sci, nel 1945 partì volontario con il gruppo di combattimento della divisione "Cremona", per contribuire alla liberazione del resto d'Italia. In seguito, quale pubblico amministratore, conti­nuai a lavorare per la ricostruzione del paese e per il consoli­damento della democrazia.
Nei vari incarichi pubblici, politici, cooperativistici, sindacali e ovunque operai continuò a sostenermi lo stesso spirito di libertà e democrazia con il quale avevo sì lungamente com­battuto.



Aprile 1944: sbandamento e ricostituzione della brigata A.Gramsci*

La mattina del 9 aprile 1944, era Pasqua, a Roccasalli, 1086 [metri] s[ul] l[ivello del mare], comune di Amatrice, il coman­do del batt[aglio]ne Tito: Toso, Goiko, ... , si riunì in un'altra stanza uscendone dopo circa un'ora, comunicandoci che il loro battaglione non rientrava nella zona di Leonessa-Cascia, noi potevamo seguirli o scegliere dove andare. Luigino (Bonanni Antonio) col suo battaglione riprese la sua autonomia e im­boccò la valletta che avevamo percorso il 2 aprile che, dopo il valico di ... , sbocca a Pescia, frazione di Norcia. Vasco e Valen­tino Pascucci decisero di seguire gli jugoslavi ed io, Rauco di Leonessa e uno jugoslavo decidemmo di rientrare a Leonessa. Lo jugoslavo poi si sarebbe recato a Cantalice presso una fami­glia amica.
Iniziammo a salire il Monte Spelonca, senza vegetazione e coperto di neve gelata, che ci costringeva a comportarci come i rocciatori: scavare una buchetta con la punta della scarpa, per infilarci poi la la punta e spingersi un pezzetto più in su. Ar­rivati in cima al Monte Spelonca, alto 1799 metri sul livello del mare, avevamo perso la cognizione della posizione. lo contavo sull'esperienza di Rauco che, essendo di Leonessa e macellaio, perciò abituato a recarsi in giro per le montagne per l'acquisto di bestiame da macello, doveva avere la conoscenza della zona. Scrutammo in giro l'orizzonte in lontananza. Rauco ritenne che le piccole luci scorte in giù, verso levante, potessero essere quelle di Città Reale.
Ci indirizzammo verso destra, dopo una mezzora di discesa Rauco cominciò ad orientarsi meglio, infatti verso le ore 22 ar­rivammo nella zona di Terzone. Decidemmo di entrare nell'abitato. Mi venne in mente che vi era sfollato un certo Lausi di Terni, con il quale da ragazzi, cioè 23 anni prima, ave­vamo frequentato insieme la 5° classe elementare.
Avevamo bisogno di chiedere informazioni sui nazisti, dal 1° aprile era stata abbandonata la zona e non sapevamo nulla di cosa era successo. Il primo passante mi indicò la casa di Lausi; bussai, scese le scale, ero solo e disarmato per non allarmarlo; dissi chi ero, ma lui - come quando era ragazzo: spilungone e assente - non mi seppe dare informazioni.
Con Rauco, che era ormai in grado di guidarci, imboccammo una valletta che ci avrebbe portato sul torrente Corno che da Leonessa, traversando Ruscio e scendendo su Cascia, confluisce [ne]l Nera all'altezza di Triponzo. Arrivati a S. Giovenale verso le ore 24 del giorno lO, un piccolo abitato [era] S. Giovenale, in una casa ci fecero entrare. Eravamo stanchi da 36 ore di arrampi­camento fino a 1902 metri di altitudine, bagnati e affamati; ci diedero pane e formaggio e alcune informazioni su ciò che era avvenuto a Leonessa. Ci dissero che i nazisti, con le artiglierie sommaggite sui muli, erano passati da quella valletta, proseguen­do fino sulle cime più alte dei monti. Apprendemmo che a Leo­nessa avevano fucilato molte persone e che dal giorno appena trascorso avevano abbandonato la zona. Dopo un paio d'ore ripartimmo e verso le sei eravamo sul greto asciutto del torren­te Corno.
A metà della piana di Leonessa - qui ci dividemmo - io mi diressi presso il casale Marchetti dove avevo lasciato mia mo­glie, i miei due figli e un fratello; Rauco e lo jugoslavo verso Leonessa, ove Rauco doveva apprendere la terribile notizia che il padre e un fratello erano tra i 51 fucilati dai nazifascisti.
I miei erano tutti vivi, appresi notizie più dettagliate, intanto arrivò Maria, la più grande degli 8 figli di Giovanni Cordeschi che ospitava la mia famiglia, e con entusiasmo mi disse di aver visto Armando Fossatelli in divisa e armato che da Villa Pulcini si dirigeva verso il Salto del Cieco (Ferentillo). Da uno dei figli di Giovanni mandai a chiamare mio cugino Olindo Fossatelli, fratello di Armando, dal quale appresi notizie più dettagliate sulla strage perpetrata dai tedeschi, e insieme decidemmo di partire tutti in direzione del Salto del Cieco, ove speravamo di trovare Armando, e se necessario proseguire con la mia fami­glia per Marmore (Terni).
Era il sesto spostamento che mia moglie e i figli erano ob­bligati a fare per evitare di essere presi in ostaggio dai nazi­fascisti. Al Salto del Cieco non trovammo Armando, ma mamma Loreta (così era chiamata dai partigiani della "Gramsci" Loreta Pennacchi che abitava al Salto del Cieco) ci disse che Armando era passato un paio d'ore prima. Proseguimmo per Ferentillo. Al capolinea della tramvia per Terni Olindo si mise a parlare con un uomo, poi mi invitò ad avvicinarmi. "Questo è Ottorino Faina - disse Olindo - è lui che ha combinato l'incontro a casa mia con i rappresentanti della "Terni" e il comando dèlla brigata A. Gramsci". Faina ci informa che sulle montagne di Ferentillo c'è un gruppo di 12 partigiani che attendono di ricongiungersi con le formazioni della "Gramsci" e attendono di rientrare nelle formazioni.
Arrivammo a Collestatte Piano. Erano le ore 17, scendemmo dal tram. Mia moglie, Olindo e mio fratello, arrampicandosi per il sentiero detto del Fìcarone, fiancheggiante la destra della Cascata, si recarono a Marmore.
Florio e Flora rimasero con me nel giardino del Dopolavoro ad aspettare notizie sulla situazione di Marmore. Verso le 19 partimmo anche noi e [arrivammo] su ai Campacci, nella loca­lità [dove] trenta giorni dopo i nazifascisti avrebbero ucciso il settantacinquenne partigiano Pietro Montesi. In mezzo al bosco trovai Fossatelli Armando, Conti Ricciardo e Menotti, Giuseppe Faggini e altri partigiani. I miei figli si recarono a casa dalla mamma. Con quel gruppo di partigiani la mattina del giorno 11 ci portiamo a Montoppio nei pressi di Piediluco, ove vi era un altro nucleo di partigiani di Piediluco che aspettavano quelli di Papigno. L'attacco nazifascista per liberare il Lazio [e] l'Umbria dalle forze partigiane che aveva impiegato ingenti forze della "Hermann Goering", ci aveva costretto ad usare la tattica parti­giana di scomparire, in piccoli gruppi, nei dintorni dei propri villaggi, in modo da trovare rifugio, ristoro, informazione e quanto altro occorreva per poi riorganizzarci e tornare alla lot­ta.
Arrivò il gruppo di Papigno, capeggiato da Bobò. Eravamo una trentina, ma c'erano molti quadri della brigata. Esaminam­mo la situazione. Avevamo bisogno di riposo, da 15 giorni si vagava da un monte all'altro da Leonessa a Colle d'Arquata, da questa località ai monti di Piediluco. Dovevamo prendere ordi­ni dalla giunta militare; decidemmo di trasferirei nei monti di Miranda-Moggio, zona che ritenevamo più tranquilla, in quan­to non c'erano formazioni partigiane operanti. Prendemmo contatto con il compagno Cervelli Carlo a Marmore e la notte del giorno 14 traversando il ponte regolatore sul fiume Velino, ove Cervelli ed altri due compagni di guardia ci assicuravano il via libera - Marmore era piena di tedeschi, che facevano la guardia alle opere idrauliche dell[e] central[i] di Galleto, Velino, Mar­more, delle Acciaierie -; lambendo proprio i reticolati della presa [di]. Galleto, sentinellata dai tedeschi; traversando la stra­da Marmore-Greccio- Rieti; ci arrampicammo sui monti, fino al capanno per [la] caccia ai palombacci del conte Calamesi, ove dormimmo qualche ora.
La mattina del giorno 15 aprile avevamo fame e sete. Quel poco pane che c'eravamo portati appresso era sparito nei nostri vuoti stomachi. Con Pacchio (Conti Ricciardo) scendemmo sulla mulattiera di Moggio, gli altri si trasferirono sulle cacce di Fioretti (le Farngere). Dal primo passante mandammo a dire ad Egisto Sabatini ivi sfollato (nostro collaboratore e fornitore di pane) di venire giù che lo aspettavano due amici. Dopo circa due ore arrivò la sorella di Egisto, Cesira, con Silvestri Silvio, fruttivendolo di Terni, sposo della cognata di Cesira. Sconcerta­ti ci informarono che la notte del 13 un gruppo di partigiani aveva asportato [loro] tutta la farina, il lardo e i prosciutti nascosti in un pozzo e al prete avevano portato via due dami­giane di vino e qualcosa dall'altare. Non ci potevano dare nem­meno un tozzo.
Riflettendo su chi poteva essere stato quel gruppo di parti­giani non trovavamo un filo conduttore. Cesira ci disse che il mattino dopo due sarebbero tornati a Moggio, potevamo andare ad incontrarli. Rientrammo alla caccia delle Farngene, ove era il nostro gruppo. Dopo un po' arriva Amalfio Conti di Marmore, portava un filone di pane con il prosciutto ed una bottiglia di vi­no. Cervelli lo aveva informato del nostro attraversamento a Marmore e dove avremmo sostato, Amalfio molto pratico dei boschi, perché da ragazzo aveva fatto il carbonaio, non ebbe difficoltà a ritrovarci. Lo aveva spinto il desiderio di sapere notizie di suo fratello Domenico del quale, dal periodo della liberazione di Leonessa, non ne avevamo più avute. Non sape­vamo nulla, ma Domenico era stato fatto prigioniero unitamen­te a Bonanni Orietto e Pitti Vailante e fucilati a Villa Carmine insieme a Marcello Favola, Ciambotti Settimio, Aquilante Giuseppe.
La mattina del giorno 17 aprile '44 io, Armando Fossatelli e Pacchio (Conti Ricciardo) scendemmo a Moggio. Cesira dopo un po' ci indicò che dalla mulattiera proveniente dalle Prata di Stroncone arrivavano due giovani armati. Li avvicinammo e Cesira disse [loro]: "Cercano voi, sono partigiani di Marmore". Non furono diffidenti, ci informarono sull'azione della notte del 13 e ci [dissero] che se volevamo saperne di più potevamo recarci con loro alle Prata, poichè doveva arrivare il comandan­te del battaglione G. Manni con una squadra. Insieme ci recam­mo alle Prata di Stroncone, appena scesi all'inizio della piccola conca, in lontananza, scorgemmo un drappello di armati. Mar­ciammo verso loro, ma a un centinaio di metri ci [spianarono] i moschetti intimandoci l'alt.
Parlamentammo. "Siamo della brigata Gramsci, siamo del co­mando", dall'altra parte, uno [ ... ] con la barba bionda, in divisa, armato, rispondeva: "non vi avvicinate altrimenti spariamo". "Ma tu stai a contatto con Orlando (Pascucci Dazio)", dicevo io. Non abbassavano le armi: noi facevamo qualche passo avanti, loro altrettanto senza abbassare i fucili. Continuammo a parla­re, dopo un po' abbassa[ro]no le armi e si incamminarono verso di noi, fidando della loro superiorità numerica: 15 contro tre e due di loro erano alle nostre spalle.
Una volta a contatto spiegammo che dalle montagne di Leonessa ci eravamo trasferiti lì per sottrarci ai tedeschi [e] che però, prima dell'attacco nazifascista, il comando della brigata Gramsci, nella seduta del 26. 3 a Monteleone di Spoleto, aveva deciso che il battaglione Manni doveva spostarsi nella zona Polino-Leonessa, in quanto la zona Stroncone-Calvi non era adatta per la guerriglia. Renzi Elbano, che era il comandan­dante dalla barba bionda, disse: "Veniamo con voi alle Farngere e mandiamo ad avvisare il commissario politico Gildo Bartolucci (con troppa facilità si facevano i nomi veri) di raggiugerci".
Da un pastore che pascolava il gregge nei pressi - allora alle Prata c'erano soltanto alcune case di pastori chiamate Ca­prarecce - comprammo un agnello e del pane e nella sua casa fu arrostito. Tutti insieme mangiammo e nel pomeriggio raggiun­gemmo gli altri alle Farngere. Il giorno dopo arrivò Bartolucci'. Parlammo a lungo. Tra me, Vero, Fossatelli, e Saturno riuscim­mo ad ispirargli fiducia, poichè raccontammo che eravamo stati in carcere con Filipponi Alfredo, comandante della brigata, con Pascucci Dazio e dalla descrizione della lotta partigiana d Poggio Bustone a Leonessa a Cascia [di cui] nel nostro grupp vi erano i protagonisti. Bartolucci abbe fiducia e accettò di trasferire una parte del suo battaglione. Renzi con un gruppo volle restare nella zona.

Inviammo Pacchio con un altro partigiano a Piedimoggio rendersi conto ove era la barca per traversare il fiume Velino (allora non c'era il ponte sul Velino nei pressi della stazione ferroviaria Labro-Moggio, si traghettava il fiume con un barcone Pacchio e l'altro ci aspettavano a Piedimoggio. La notte del 19 dalle Farngere scendemmo. Pacchio ci guidò sulle rive del Velino, con tre traversate traghettammo nella sponda destra. Lambendo le rive dellaghetto di Ventina, percorrendo la strada, per La Luce, traversammo la strada Piediluco-Rieti, su per i monti Labro, sopra Buonacquisto, a Monte Polino. Il pomeriggio d 21 aprile '44 eravamo ai casaletti del Salto del Cieco. Il giorno dopo arrivò il comandante della brigata Pasquale (Alfre Filipponi) ed affluirono altri partigiani. Il 23 ci raggiunse il battaglione comandato da Luigino (Bonanni Antonio). Si riunì il comando con i membri presenti (Filipponi, Gigli Vasco, Zeno con i comandanti e i commissari dei battaglioni (Vero, Satu Bonanni). Furono riordinate squadre, distaccamenti, battaglioni. Al battaglione comandato da Luigino (Bonanni Antonio) fu assegnato quale commissario politico Vero Zagaglioni.

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Terni, 6 giugno 1991
Alla Direzione del Partito Democratico della Sinistra Roma


Grazie dell'esortazione a ritirare la somma delle 80.000 lire del Vs. assegno, apprezzo quanto scrivete sulle nostre lotte del passato e per l'azione che dovremo svolgere per l'avvenire in difesa del popolo e per l'affermazione della società socialista, però l'assegno ve lo rimando, non posso accettare, sono e­straneo al Partito democratico della sinistra. Ho promosso e aderito a Rifondazione Comunista e sono molto orgoglioso che a 83 anni di età ho ancora viva la fiducia nella necessità che l'umanità ha bisogno della società socialista. I principi basilari del marxismo sono intramontabili.
Saluti
ZenoniBruno

Cenni biografici:
- agosto 1931 (62 anni fa) - entro ufficialmente nel Partito
comunista italiano
- aprile 1932 - arrestato e confinato a Ventotene
- aprile 1935 - arrestato per il I maggio
- aprile 1938 - incarcerato per giorni 29 per la visita di Hitler
in Italia
- maggio 1939 - imprigionato e deferito al T[ribunale] S[peciale ]fascista
- 1944 - partigiano ed esponente della brigata A. Gramsci
- 1945 - volontario, unitamente ad altri 300 ternani
nel Gruppo di Combattimento Cremona - 1948 - incarcerato e processato per azioni di guerra partigiana
- Sono stato membro della segreteria provinciale del Partito comunista italiano. Per anni assessore al Comune di Terni. Ho ricoperto cariche sindacali, cooperative, in vari enti e associazioni. Sempre nel direttiva dell' Associazione nazionale partigiani d'Italia e dell' Associazione perseguitati politici italiani antifascisti e presi­dente dell'Associazione nazionale partigiani d'Italia per dieci anni.
Allego assegno Credito Italiano n. 57/021028168704 intestato a Zenoni Bruno (non trasferibile). L'assegno è di f. 80.000.



Autobiografia
Zenoni Bruno, nato a Marmore di Terni nel 1908, figlio di operaio, istruzione elementare.
A 14 anni è operaio alle Acciaierie di Terni, da 16 a 35 anni barbiere a Marmore.
Assistendo, nella pubertà, con animo addolorato alla violen­za delle squadracce fasciste, matura nella sua mente l'idea di giustizia e si lega ben presto ai giovani operai antifascisti delle sue Marmore.
Nel 1931 si iscrive al Partito comunista italiano, in aprile del 1932 viene assegnato al Confino di polizia per 5 anni, sconta solo lO mesi nell'isola di Ventotene.
Nel 1935 a Roma alla vigilia del I maggio viene rinchiuso a Regina Coeli, nel 1938 nel carcere di Spoleto "La Rocca", vi è rin­chiuso per 29 giorni, in occasione della visita di Hitler in Italia.
In maggio del 1939 è arrestato per riorganizzazione del Parti­to comunista italiano e propaganda, è deferito al Tribunale spe­ciale per la difesa dello Stato fascista e i12 febbraio 1940 è assol­to per insufficienza di prove.
Il 25 luglio 1943 è tra i protagonisti delle manifestazioni per la caduta del fascismo, parla agli operai davanti alle Acciaierie.
Dopo 1'8 settembre del 1944 contribuisce alla organizzazione della resistenza armata contro il nazifascismo, con la brigata partigiana garibaldina A. Gramsci, partecipa alla Liberazione di Leonessa e, quale membro del comando della stessa, combat­te fino al 13 giugno 1944, giorno della Liberazione di Terni dal nazifascismo.
Liberata Terni assume vari incarichi per riorganizzare la società democratica, il più impegnativo è quello di assessore della Giunta nominata dal Comitato di liberazione nazionale di Terni.
In novembre del 1944 è tra gli organizzatori e recluta tori dei volontari nel Gruppo di combattimento Cremona e il 2 febbraio parte volontario. In trincea sul fiume Senio, a S. Alberto, ad Alfonsine, nel Ravennate è soldato comandante, guida morale e politica dei volontari ternani.
Finita la guerra rientra nella Giunta comunale, viene poi nominato Segretario provinciale del Comitato per l'assistenza post-bellica (dei reduci di guerra).
Nel 1946 viene eletto nel primo Consiglio comunale di Terni.
Nel Partito comunista di Terni ricoprì vari incarichi nell' appa­rato e nella segreteria.
Nella riorganizzazione della società democratica espletò va­rie funzioni come membro del Consiglio dell'Ente comunale di assistenza, Presidente della Cooperativa Unione lavoratori e della FederCoop, sezione consumo. Nell' Amministrazione comunale di Terni vi rimane fino al 1955, passando dall'Assessorato della polizia municipale a quello dell'assistenza e dei lavori pubblici.
Dal 1944 membro del Comitato provinciale dell'Associazione nazionale partigiani d'Italia, da 10 anni ne è il Presidente. Attualmente è Vice presidente della Commissione federale di controllo del Pci, dopo esserne stato Presidente per 10 anni, Presidente della III sottocommissione tributi del Comune di Terni e membro della Segreteria provinciale della Federazione italiana pensionati.

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Difendiamo la Costituzione e la democrazia*


Imbruniva. Finito di parlare ai ternani Alfredo Filipponi, Ala­dino Bibolotti, Armando Cardinali, Vincenzo Inches, Poliuto Chiappini e Alfredo Urbinati scendono dal gradino di Palazzo Bianchini, attraversano la piazza ed entrano nella porta sul fianco destro della facciata del Duomo: questa era la sede uffi­ciale del Comitato di liberazione nazionale provinciale di Terni.
Dalla sede di Campitelli, a casa Eustachi, si concordò il tra­sferimento perché era difficile reperire una casa non colpita dai bombardamenti: di fatto nei primi 15 giorni anche il Comitato direttivo della Federazione comunista ternana (composto da Fi­lipponi Alfredo, Pascucci Dazio, Inches Vincenzo, Cardinali Ar­mando, Santi Goliardo) operò da quella sede.
La rottura di quell'unità tra comunisti e cattolici che si era stabilita durante la lotta armata, avvenuta nel 1947 con la cadu­ta del governo del Comitato di liberazione nazionale, non permise di instaurare quella democrazia economica fissata dal III titolo della Costituzione repubblicana italiana, quella società democratica progressista.
Giovani evitate di cadere nella trappola della modifica co­stituzionale, non è la Costituzione la causa del malgoverno, ma la sua mancata applicazione: difendiamo la Costituzione repubblicana e lottiamo tutti uniti affinchè essa sia rispettata poichè proprio dalla sua completa attuazione è possibile assicu­rare al popolo la pace, il lavoro, la democrazia e un vero e giu­sto sviluppo sociale, adeguato al grande progresso tecnologico che l'intelligenza dell'uomo ha saputo realizzare.
Questi ricordi, a 37 anni di distanza, ci danno la forza e la fiducia di esortare i giovani a riflettere sull' ampio ventaglio di forze che allora seppe unitariamente combattere per liberare l'Italia dal nazifascismo; furono le masse popolari le pro­tagoniste della Resistenza, perché avevano fiducia in sè stesse, perché compresero che dovevano partecipare in prima persona nella lotta per sconfiggere la dittatura e il nazifascismo.
Quelle stesse forze popolari espressero i protagonisti per la ricostruzione della società democratica: nella nostra città inizia­rono subito dalle strade, dai ponti, dai servizi, dalle fabbriche distrutte, organizzarono i sindacati, le cooperative, ridiedero vita al Consorzio agrario per assicurare ai contadini le sementi, gli anticrittogamici.
La brigata garibaldina A. Gramsci mise a disposizione del­l'Ufficio Provinciale Statistico Economico dell'Agricoltura 30 partigiani che, con la funzione di ispettori, iniziarono subito il controllo del raccolto e della trebbiatura del grano per assicu­rarne il conferimento all'ammasso affinchè la popolazione potesse avere un minimo di pane. Quest' opera di controllo pro­seguì per la raccolta del granoturco, per la vendemmia e la rac­colta delle olive.
Oggi i resistenti, la cui età non ha spento la coscienza di quanto fu utile la Resistenza, la lotta armata e il contributo alla ricostruzione morale e materiale della società democratica, si sentono vivificati ancora da quella volontà e esortano le nuove generazioni a studiare quel periodo perché, anche se le strade che loro sceglieranno saranno diverse, comune deve essere la convinzione che per uscire dal marasma in cui ci siamo venuti a trovare è neccessario un profondo rinnovamento, è urgente mettere fine al potere che gruppi ristretti esercitano da 36 anni, non lasciando che ruberie di centinaia di miliardi restino impu­nite, non incoraggiando altri a seguire la strada dei ladroni, iso­lando il terrorismo che trova in queste situazioni sempre brodo di coltura per la sua vitalità, impedendo che la disoccupazione aumenti e il tenore di vita del popolo lavoratore senta sempre più la morsa delle difficoltà, la minaccia della guerra atomica e il pericolo incombente della distruzione dell'intero genere umano.
Ritroviamo quell'unità tra le forze democratiche e progres­siste e, come allora, la società italiana uscirà dalla attuale crisi morale, sociale, economica.

* In "Resistenza insieme", 1981, n. 3.
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sabato 12 luglio 2008

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